Un dialogo con il CoVeSap sulla sanità pubblica in Veneto
Carenza di personale, liste d’attesa, privatizzazione. Mariapina Rizzo, ex medica e cofondatrice del Coordinamento Veneto Sanità Pubblica – CoVeSaP – ha fatto il punto per Seize the Time sulla sanità pubblica veneta, o ciò che ne resta, partendo dal Veneto bianco della DC e risalendo, attraverso l’era Zaia, fino ai progetti regionali presenti e futuri. Nella sua intervista ci ha restituito il quadro delle responsabilità politiche regionali e nazionali nel collasso del sistema sanitario pubblico. Un collasso che CoVeSap non solo denuncia da anni, ma a cui cerca di reagire con campagne attive a supporto di uno dei diritti fondamentali dei cittadini.
La storia della sanità veneta è una storia di luci ed ombre. Facciamo un po’ di ricostruzione storica, prima di inoltrarci nella waste land della situazione attuale, per aiutarci a inquadrarla…
La sanità pubblica in Veneto ha cominciato a svilupparsi da fine anni Sessanta. Anzi, si può dire tranquillamente che la regione Veneto fosse tra le più virtuose sul tema. Questo perché fino agli anni Ottanta la DC governava a pieno regime e il servizio pubblico era una delle tante opzioni su cui investire per agire una forma di controllo sociale, costruendo reti di rapporti clientelari, ma anche, nei fatti, garantendo forme di welfare con l’obiettivo di irregimentare e sedare il dissenso. Esagerando un po’, possiamo immaginare che ci fosse un piccolo ospedale per ogni campanile.
Facendo un salto in avanti nel tempo, arriviamo al 2015, con il decreto ministeriale 70 sulla riduzione drastica dei posti letto ospedalieri. In Veneto, proprio perché in passato c’era stato questo grande sviluppo, la flessione si è sentita di più. Il decreto prevedeva 3,7 posti letto per 1000 abitanti; in Veneto ne avevamo 5,1 nel 2015, ma prima ancora 7,8. Quindi in assoluto siamo passati da 25mila posti letto a 17mila, poco più della metà. Oltre alle iniziative ministeriali, nel 2021, questa volta dietro delibera regionale, il Veneto ha chiuso le lungodegenze ospedaliere: si tratta dei reparti per pazienti gravi che hanno superato la fase acuta, ma non sono in grado di tornare a casa. Le lungodegenze – che in quanto reparti ospedalieri rispettavano gli standard assistenziali ospedalieri, con medici e infermieri a disposizione 24h – sono state sostituite dagli ospedali di comunità, con ben altri standard di presenza assistenziale.
Veniamo quindi all’oggi. Se dovessimo chiederti di individuare a colpo d’occhio i principali problemi del modello sanitario attuale, quali sarebbero?
Sicuramente la riduzione dei posti letto negli ospedali è una di queste. Poi la progressiva riduzione del personale sanitario e infine la mancanza di strutture capillari sul territorio.
Il problema legato ai posti letto è che alla riduzione non è seguito un potenziamento dei servizi sul territorio. Per fare un esempio, i pronto soccorso dal 1998 al 2025 sono passati da 69 a 15. Molti non li hanno propriamente chiusi, ma li hanno piuttosto sostituiti con i punti di primo intervento, che però sono strutture molto diverse. Dietro un pronto soccorso c’è sempre un reparto di rianimazione, una chirurgia, dei reparti per poter intervenire in ogni situazione, anche le più serie. Un punto di primo intervento, invece, senza questi strumenti può farsi carico solo dei casi più banali. Questo mette in crisi soprattutto le zone più periferiche, come le Dolomiti, il Polesine, o le isole della laguna, in cui c’è una reale carenza delle strutture.
Sul personale, è risaputo quanto siano in difficoltà i professionisti sanitari, specialmente gli infermieri. L’anno scorso si stimava un deficit di circa 6mila infermieri, ma tenendo conto anche delle strutture territoriali vacanti si arriva facilmente a un buco di 10mila. Lo stesso vale per i medici. In Veneto c’è il più basso numero di medici per popolazione, 0,67 per 1000 abitanti, il più basso in Italia dopo la Lombardia.
Un’altra carenza importantissima coinvolge i medici di base. I dati fluttuano, ma nel 2023 ne mancavano 350; circa 700mila persone in Veneto sono senza medico di riferimento. Per fare un esempio concreto, solo a Padova ci sono tre quartieri – Camin, Pontevigodarzere e Salboro – senza medici di medicina generale. E quindi come fa la gente? Esiste il servizio di continuità assistenziale diurna, ovvero la guardia medica che prosegue il servizio durante il giorno, ma è ben diverso dall’avere un medico che prenda sistematicamente in carico i pazienti e ne conosca lo storico. Per di più, i medici di base che ci sono, sono in media sovraccaricati con circa 2000 assistiti, a fronte del massimo di 1500 previsto dalla legge. Anche l’assistenza psichiatrica, tema a cui teniamo molto come CoVeSaP, è assolutamente insufficiente. Il Veneto, che è tra le regioni più ricche, spende meno di tutte le altre regioni per l’assistenza psichiatrica: la media nazionale è 3,5% del fondo sanitario regionale, le linee guida generali prevedono il 5%, il Veneto spende il 2.5%.
Infine le strutture territoriali. Come abbiamo detto, gli ospedali sono stati chiusi con la promessa che strutture capillari sul territorio avrebbero preso in carico i pazienti; ma di fatto questo non è avvenuto. Per strutture sanitarie territoriali si intendono tutte quelle attività sanitarie al di fuori dell’ospedale, come i consultori familiari. L’idea iniziale ne avrebbe previsto uno ogni 20mila abitanti, ma adesso a Padova ce n’è uno ogni 40mila. Ma il problema reale è che i consultori non sono come dovrebbero essere, cioè una struttura di riferimento con un’équipe fissa di operatori: ginecologi, assistenti sociali, psicologi, ostetriche, infermieri a cui le famiglie possano rivolgersi per problemi legati all’infanzia, alla vita e alla salute delle donne; al posto dell’équipe ci sono invece professionisti che turnano tra più consultori e altre istituzioni. Anche le case di comunità, di cui si parla dal 2022, non sono ancora state realizzate.
Possono essere identificate delle cause specifiche alla base di queste criticità?
Le cause dietro alle diverse criticità sono collegate fra loro e possiamo riassumerle sotto l’ombrello di politiche nazionali o regionali poco lungimiranti. All’origine del vuoto di lavoratori e lavoratrici della sanità c’è stato un taglio nettissimo sulle spese di assunzione: nel 2009 si è posto per decreto-legge nazionale un tetto di spesa per limitare la spesa regionale per il personale sanitario. Nel concreto, questo ha fatto sì che nessuna ULSS potesse assumere, neanche per sostituire pensionamenti o trasferimenti, e tra il 2009 e il 2019 ha portato alla riduzione di 45mila unità di personale tra medici e infermieri, alla chiusura di 300 ospedali e alla perdita di 80mila posti letto. Gli organici dei reparti ospedalieri di adesso sono praticamente la metà, mentre le ASL sono costrette a rivolgersi ai gettonisti, ovvero medici in libera professione che coprono i turni scoperti senza poter essere assunti, ma anche senza dover per forza essere specializzati, quindi senza garantire sempre una preparazione adeguata. Per i medici di base, invece, la responsabilità dello squilibrio si ritrova in un clamoroso errore di calcolo della regione, che negli anni ha richiesto allo Stato un numero di specializzandi in Medicina Generale inferiore rispetto al bisogno, pur sapendo che nel decennio 2020-2030 avremmo raggiunto l’apice della gobba dei pensionamenti dei medici attivi sul territorio. Per fare un confronto, il Veneto ha sempre avuto la metà degli specializzandi in Medicina Generale rispetto al Piemonte, a parità di abitanti.
Cosa ci puoi dire sulla progressiva privatizzazione della sanità pubblica? Il modello veneto chi sta tutelando oggi?
Partiamo dal caso specifico di Padova, dove c’è una certa offerta per la specialistica ambulatoriale privata. Qui, se si chiama il CUP per una prestazione, spesso di default si viene indirizzati al privato, perché le strutture pubbliche sono già intasate dai ricoverati. Lo slittamento verso l’offerta privata oggi ha raggiunto proporzioni consistenti con il 14% di prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale, il 17% dei ricoveri erogati da privati accreditati, perfino il 22,5% dei posti letto è privato. Ma il rischio maggiore della privatizzazione è l’accentramento. Sempre considerando il caso di Padova, oggi l’azienda privata Synlab ha acquistato quasi tutti i piccoli laboratori privati (Data Medica, Pittarello…), diventando di fatto una grande holding. In presenza di gruppi così grossi non si può più parlare di entità sanitarie, ma di pura speculazione finanziaria: finché è conveniente si continua a investire, ma se l’investimento andasse in perdita?
Oltre a questo c’è anche un altro fenomeno indicativo legato alla privatizzazione, ossia il Project Financing. Praticamente in Veneto tutti gli ultimi ospedali pubblici sono stati costruiti con prestiti dal privato, che vengono ripagati nei decenni a tassi di usura. Perciò tutto quello che l’ospedale guadagna in termini di ticket, ricoveri o altro viene usato per riscattare la struttura. Concludo con un ultimo dato: i cittadini veneti nel 2025 hanno speso 847 euro pro-capite di tasca propria, 100 euro più della media nazionale e il 7,9% ha rinunciato alle prestazioni sanitarie.
Puoi raccontarci ora qualcosa sul CoVesap? Quando è nato, chi sono le sue componenti e quali i suoi obiettivi?
CoVeSaP è una rete di comitati presenti in tutto il Veneto. A Padova ci sono due comitati che hanno aderito: SOS Ospedale S. Antonio, contro lo smantellamento dell’ospedale, e il Comitato Difesa Sanità Pubblica di Padova, con due sportelli contro le liste di attesa. La rete è nata fra il 2019 e il 2020, in piena pandemia. All’epoca ci siamo concentrati sul fare controinformazione perché si era diffusa la favola del modello veneto della gestione della prima ondata, che però è stato solo un colpo di fortuna. Ricordiamo che durante la seconda ondata il Veneto è stata la regione in cui si è infettata ed è morta più gente rispetto al resto di Italia e solo perché Zaia si è opposto a tutti i costi alla zona rossa. CoVeSaP ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica su questo.
Una volta finita l’emergenza Covid ci siamo impegnati con altre mobilitazioni, su diverse tematiche. Abbiamo fatto diverse manifestazioni regionali, la prima a Padova nell’aprile 2022, per la difesa della sanità pubblica. Adesso abbiamo aperto una battaglia per avere le case di comunità. Sono dei luoghi fisici dove ricevere accettazione da parte di un medico e di un infermiere, per garantire assistenza continua da parte di un’equipe fissa in grado di seguire adeguatamente i pazienti cronici. Poi ci dovrebbero essere delle specialistiche di base – le vaccinazioni, i CUP e un punto unico di accesso alle strutture: un posto a cui rivolgersi per trovare risposta a ogni bisogno sanitario. Il primo problema delle case di comunità è sempre il personale, perché è difficile trovare medici di base e altri professionisti sanitari disposti a farsi assumere, non ci sono abbastanza infermieri di comunità. Al momento ci stiamo impegnando per avere una casa di comunità in Arcella. A Padova c’è solo una casa di comunità, tutte le altre si trovano nei comuni vicini, Selvazzano, Rubano, Abano, meno raggiungibili e collegati. Puntiamo a farne aprire almeno altre tre in città.
C’è stata una battaglia vinta da CoVeSap che vuoi raccontarci?
Uno dei temi più caldi per il comitato è quello delle liste di attesa. Nella maggior parte dei casi, pur con una prescrizione per una visita specialistica, non si riesce ad ottenere dal CUP la prestazione nei tempi indicati dal medico. Per legge è proibito chiudere le agende, quindi un posto in lista d’attesa è garantito, ma spesso i tempi si dilatano oltre il limite di utilità, anche per pazienti oncologici. Se i tempi si allungano in maniera importante, alla fine le persone hanno due opzioni: rinunciare alle cure o ricorrere al privato, per chi ne ha le possibilità economiche. Dal 2022 come CoVeSaP abbiamo aperto gli sportelli di diritto alla cura in tutto il Veneto, secondo un modello già rodato in Lombardia. Ci sono 65 sportelli in tutto il Veneto, da Belluno a Rovigo, in tutte le province, con 284 volontari fissi. Ecco i dati di un anno: abbiamo sporto 3600 reclami di cui il 75% è andato a buon fine. Lo sportello guida il paziente nel reclamo, attraverso un format che riporta i testi di legge sui LEA (Livello Essenziale di Assistenza), quindi le prestazioni che obbligatoriamente ogni azienda ULSS deve garantire.
